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Mercoledì 6 agosto ore 21.15
Chiostro di San Colombano (Bobbio)
L’ORO DEL RENO
Italia, 2025
Regia Lorenzo Pullega
Soggetto e sceneggiatura Federico Montevecchi, Lorenzo Pullega, Roberto Romagnoli
con Lorenzo Ansaloni, Rebecca Antonaci, Flavia Bakiu, Giorgio Comaschi e con la voce narrante di Neri Marcorè
Fotografia Alessandro Veridiani
Montaggio Ilaria Cimmino
Musica Marco Pedrazzi
Scenografia Miriam Scurato, Gianpietro Huber
Costumi Eva Arellano Martin
Produzione Mompracem e Rheingold Film in collaborazione con Rai Cinema
Prodotto da Pier Giorgio Bellocchio, Manetti bros. e da Roberto Romagnoli, Lorenzo Pullega, Federico Montevecchi
Distribuzione Europictures
Durata 92 minuti
Ospiti della serata
Il regista Lorenzo Pullega e Neri Marcorè (voce narrante)
L’oro del Reno ha vinto il premio per la Migliore regia al Bari International Film & TV Festival ed è stato in concorso al Film Festival di Rotterdam.
Sinossi
L’oro del Reno è la storia delle storie che si svolgono intorno un fiume, il Reno italiano. Il compito di viaggiare e testimoniare i racconti ambientati tra presente e passato lungo le sue sponde spetta a un regista che, incaricato da uno strambo circolo locale di realizzare un documentario, si mette in viaggio dalla sorgente alla foce del fiume, raccogliendo appunti e impressioni. A poco a poco, il piccolo viaggio intorno al fiume della sua a, infanzia, diverrà un cammino onirico ben più vasto nei racconti degli uomini, dove perdersi potrebbe significare ritrovarsi.
“Felliniano” non è un aggettivo improprio per quest’esordio molto intriso di Emilia-Romagna, a partire dal titolo che gioca con l’omonimo dramma inaugurale della tetralogia L’anello del Nibelungo di Richard Wagner. Lorenzo Pullega costruisce L’oro del Reno, “suo” in tutti i sensi, idrogeologici e culturali, infatti come un film in progress, un film sul film in corso d’opera dove l’autore resta volentieri invisibile, fuori campo, e funziona come pura voce o acusma, di Neri Marcorè. Sulla falsariga infatti di quelle opere aperte, metacinematografiche, care al corregionale Fellini, anche in questo caso la frammentazione è la regola e la linearità narrativa l’eccezione, sostituita dalla linea conduttrice del fiume. Gli appunti sparsi di cui è fatto apparentemente L’oro del Reno, con “loro”, senza apostrofo, ovvero “coloro” che “del Reno” sanno qualcosa, compongono disegno visionario preciso in cui il dato ambientale conta più della struttura tradizionale. Il vero protagonista della vicenda è dunque il fiume e gli episodi che si susseguono affiorano dalla sua superficie e agiscono in profondità. L’impianto è volutamente centrifugo, perché dimostra quanto la grandiosità wagneriana sia infine il sintomo ricorrente e transnazionale di un forte legame con le radici, ovunque nel mondo e comune a ogni epoca; ed è allo stesso tempo centripeto poiché tutta l’energia memoriale, mistica e sovrannaturale che il film di Pullega incorpora, assorbe e sprigiona tende a concentrarsi su una porzione ristretta di suolo nazionale.
(Anton Giulio Mancino)
