CLICCA QUI PER ACQUISTARE IL TUO BIGLIETTO A PARTIRE DAL 25 LUGLIO
CLICCA QUI PER ACQUISTARE IL TUO ABBONAMENTO A PARTIRE DAL 17 LUGLIO

Venerdì 8 agosto ore 21.15
Chiostro di San Colombano (Bobbio)
IL TEMPO CHE CI VUOLE
Italia, 2023
Regia Francesca Comencini
Sceneggiatura Francesca Comencini
con Fabrizio Gifuni, Romana Maggiora Vergano, Anna Mangiocavallo, Luca Donini
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Francesca Calvelli, Stefano Mariotti
Musica Fabio Massimo Capogrosso
Scenografia Paola Comencini
Costumi Daria Calvelli
Produzione Kavac Film con Rai Cinema, Les Films du Worso, IBC Movie, One Art
Prodotto da Simone Gattoni, Marco Bellocchio, Beppe Caschetto, Bruno Benetti
Distribuzione 01 Distribution
Durata 110 minuti
Ospiti della serata
La regista Francesca Comencini e gli attori Fabrizio Gifuni e Romana Maggiora Vergano
Presentato Fuori Concorso all’81° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Il tempo che ci vuole ha ottenuto 10 candidature e vinto 5 Nastri d’Argento come Miglior film, Miglior sceneggiatura (Francesca Comencini), Miglior attrice protagonista (Romana Maggiora Vergano), Miglior attore protagonista (Fabrizio Gifuni) e 6 candidature ai David di Donatello.
Sinossi
Un padre e sua figlia abitano le stanze dell’infanzia: l’infanzia di lei e l’infanzia magica del racconto di Pinocchio, il film al quale sta lavorando lui. Il padre racconta alla figlia del suo lavoro e la ascolta, la osserva, le parla con serietà, compostezza, rispetto, come si parlerebbe non a un’adulta ma a una persona intera sì, la persona che è una bambina. La bambina visita i set del padre, in cui pulsa la vita, il chiasso, l’umanità, il lavoro, l’affanno, l’infatuazione, la magia e il sudore. E lei si perde in quei mondi. La figlia diventa una ragazza, l’incanto di quel limbo tra loro svanisce, la figlia lo sente, capisce che la rottura con l’infanzia è irreparabile. Lo capisce da come il padre la guarda. Pensa che non sarà mai alla sua altezza e precipita apposta per non esserlo davvero. La figlia si droga e continua a tornare a casa cercando di fare finta di niente. Il padre all’inizio è disarmato, poi prende posizione e decide che non farà finta di niente. Smaschera la figlia, si affaccia su quell’abisso, con poche parole e molta presenza la porta via con sé, a Parigi.
Non è un film autobiografico in senso tradizionale Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini, ma un’indagine a tutto campo sul rapporto tra genitori e figli, maschile e femminile, e che inevitabilmente si intreccia con il dato storiografico e cinematografico, ammesso che la storia del cinema possa dirsi altro dalla storia a largo spettro. Circoscrivere la rappresentazione al palcoscenico di casa, con due stanze cruciali unite da un corridoio che è anche un cordone ombelicale, vuol dire esplorare un “gruppo di famiglia in un interno” elementare dove lo spazio è inversamente proporzionale alle distanze, e remota a prima vista le possibilità di sciogliere conflitti, ricomporli, lasciarli decantare nel “tempo che ci vuole”, mietendo di contro anche l’effetto controproducente delle forzature. La messa a fuoco dinamica, elusiva e allusiva in questo film di Francesca Comencini che registra anche un conguaglio continuo con il metodo paterno dietro la macchina da presa, si fa arbitro di tensioni, possibilità e impossibilità complementari che si situano tra il dire e il non-dire ugualmente necessari. Urgente e significativo nel gioco di specchi, riflessioni e rifrazioni, il contesto esterno, tanto da giungere al punto di non ritorno del cortocircuito tra realtà e finzione che investe direttamente l’attore che interpreta l’autore del miglior Pinocchio cinematografico di sempre, Fabrizio Gifuni, il quale si interfaccia con le immagini di repertorio del cadavere ritrovato di Moro, genitore nobile e “costituente” della Repubblica nata dall’antifascismo, reincarnato in prima persona in teatro, quindi al cinema in Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana ed Esterno notte di Marco Bellocchio.
(Anton Giulio Mancino)
