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Venerdì 1 agosto ore 21.15
Chiostro di San Colombano (Bobbio)
VERMIGLIO
Italia, Francia, Belgio 2024
Regia Maura Delpero
Sceneggiatura Maura Delpero
con Giuseppe De Domenico, Martina Scrinzi, Tommaso Ragno
Fotografia Mikhail Kričman
Montaggio Gianluca Mattei
Musica Matteo Franceschini
Scenografia Vito Giuseppe Zito, Pirra
Costumi Andrea Cavalletto
Produzione Cinedora con Rai Cinema, Charades, Versus
Distribuzione Lucky Red
Durata 120 minuti
Ospite della serata
la regista Maura Delpero
Vermiglio ha ottenuto 14 candidature e vinto 7 David di Donatello (Miglior film, Miglior regia e la Miglior sceneggiatura originale, Miglior produttore, Miglior casting e la Migliore fotografia) e 3 candidature ai Nastri d’Argento. Il film ha ottenuto il Gran Premio della Giuria – Leone d’argento – all’81° Festival del cinema di Venezia.
Sinossi
In quattro stagioni la natura compie il suo ciclo. Una ragazza può farsi donna. Un ventre gonfiarsi e divenire creatura. Si può smarrire il cammino che portava sicuri a casa, si possono solcare mari verso terre sconosciute. In quattro stagioni si può morire e rinascere. Vermiglio racconta dell’ultimo anno della Seconda Guerra Mondiale in una grande famiglia e di come, con l’arrivo di un soldato rifugiato, per un paradosso del destino essa perda la pace, nel momento stesso in cui il mondo ritrova la propria.
Il cinema italiano con l’opera seconda di Maura Delpero si rinserra tra montagne, con un gergo locale e in un passato bellico che come ai tempi de La terra trema o L’albero degli zoccoli restituisce una forte diversità regionale e culturale, etnica e linguistica. Il richiamo immediato ai capolavori di Luchino Visconti ed Ermanno Olmi serve non a stabilire confronti, date le distanze abissali con la stagione del Neorealismo o la fine degli anni Settanta, ma a sottolineare come anche nella cornice trentina di Vermiglio, sulla falsa riga di quella siciliana de La terra trema e quella bergamasca de L’albero degli zoccoli, la partita giocata sia quella dell’alterità e del rifiuto degli standard espressivi della produzione corrente. L’autrice, molto consapevole delle proprie risorse e delle prospettive del discorso al femminile che intende portare avanti, racconta un’epoca, un contesto sociale e geografico, un’antropologia del mondo che dallo spazio remoto della montagna si propaga nell’isola all’altro capo d’Italia. Ma allo stesso tempo riflette sullo stato attuale e critico delle cose nel panorama nazionale e internazionale dell’audiovisivo. Insegue o ricerca il rigore della parlata rarefatta e inafferrabile, concepisce in termini di austerità estrema l’erigendo stile, struttura il racconto con il non detto anziché chiosare gli eventi maggiori. E lo fa quasi raggelando all’altitudine scelta l’ineludibile calore della passione che tra tensioni geografiche, generazionali e sessuali, si sviluppa e avviluppa gli animi, le sensibilità, le decisioni di vita, proprie e per conto terzi, di adulti e bambini.
(Anton Giulio Mancino)
